Fast Fashion: Cos’è? Perché è importante sapere di cosa stiamo parlando? – Changing my life #5

È molto probabile che negli ultimi anni vi siate già imbattuti nella definizione di Fast Fashion, può essere che sappiate benissimo di cosa stia parlando.
Ma credetemi, ci sono ancora molte persone che non hanno idea di cosa sia il fenomeno del Fast Fashion.

Quando parliamo di Fast Fashion intendiamo tutte quelle aziende che producono e vendono abbigliamento ispirato alla moda del momento, ma caratterizzato da un prezzo molto basso e dalle moltissime collezioni che si susseguono settimana dopo settimana (nella maggior parte di questi negozi vengono create 52 collezioni all’anno: i vestiti risultano perciò fuori moda in pochissimo tempo).
Come si può facilmente capire, un sistema basato su questi due punti fondamentali (il prezzo molto basso e la grandissima quantità di prodotti), non può che produrre abiti creati con procedimenti dagli innumerevoli effetti negativi sulla vita delle persone e sull’ambiente.

Ma vediamo ora nel dettaglio il fenomeno. Nel 2013, il crollo del Rana Plaza in Bangladesh, una fabbrica dove venivano prodotti i vestiti da destinare ad alcune catene di fast fashion, ha fatto un grandissimo scalpore, mettendo sotto gli occhi di tutti una realtà che si conosceva da tempo, ma che è molto facile ignorare. Per la produzione degli abiti che troviamo tutte le settimane nelle grandi catene internazionali, è necessario un lavoro, una manifattura. Poche volte ci chiediamo chi ci sia dietro, e raramente pensiamo alle condizioni di vita di quei lavoratori.
Per questo, dopo il crollo del Rana Plaza, incidente in cui hanno perso la vita 1129 persone e ne sono rimaste ferite 2515, è nato un movimento globale: la Fashion Revolution. Quello che questo movimento punta a raggiungere è una miglior condizione per i lavoratori, che vengono sfruttati, pagati pochissimi centesimi, per lavorare per ore in condizioni inaccettabili, in edifici non idonei, mettendo a rischio la loro vita tutti i giorni. Il movimento globale ha denunciato molte aziende e molti marchi famosi, ha chiesto loro spiegazioni e trasparenza sulle condizioni dei propri dipendenti. Questo movimento si fa particolarmente sentire durante una settimana specifica, quella dell’anniversario del crollo del Rana Plaza, avvenuto il 24 aprile 2013, durante la quale è stata istituita la Fashion Revolution Week. In questa settimana si chiede a tutti i consumatori di domandare ai propri brand preferiti, produttori di fast fashion: Who made my clothes? Chi ha fatto i miei vestiti?
Durante quella settimana è possibile condividere foto sui social, chiedendo alle aziende maggiori spiegazioni, ma è anche possibile inviare lettere o contattare le aziende. L’idea è quella del consumatore che si informa, che chiede di sapere, “mettendoci la faccia”, sensibilizzando anche gli altri consumatori. Si spera che così le aziende siano in grado di ascoltarlo maggiormente.
Molte aziende, a seguito delle proteste e delle domande fatte in questi anni, hanno messo mano alcune delle loro politiche, diventando leggermente più trasparenti. Ma i passi da fare sono ancora tanti.

Queste grandi catene sono anche colpevoli della creazione di abiti per nulla eco-sostenibili. Per tenere bassi i prezzi, oltre alle basse paghe e alle condizioni lavorative indecenti dei propri dipendenti, vengono utilizzati materiali di bassa qualità: moltissimi materiali sintetici, molta plastica, tessuti naturali (come il cotone) spesso trattati con diserbanti chimici molto dannosi per la salute dell’uomo e per l’ambiente.
Il problema dei pesticidi apre un altro macro-argomento: il cotone viene coltivato soprattutto nel Punjab, una regione dell’India, dove gli agricoltori, per comprare questi pesticidi, arrivano a contrarre pesantissimi debiti e, non riuscendo a ripagarli e perdendo perciò le proprie coltivazioni e i propri terreni, spesso arrivano a togliersi la vita: si conta che negli ultimi 16 anni i suicidi causati in India da questo status siano più di 250.000.
Inoltre la quantità di vestiti prodotti ogni settimana è improponibile, e lo è allo stesso modo la quantità di vestiti che vengono gettati perché già obsoleti dopo una sola settimana di vita. Questi abiti vengono ammucchiati in grandi discariche, oppure bruciati: si conta che H&M abbia bruciato, negli ultimi anni, 60 tonnellate di capi (l’azienda ha smentito, ma senza fornire dati).
Questo, non serve che lo dica, oltre a non avere senso, è tremendamente inquinante. I vestiti, come spiegato precedentemente, sono soprattutto sintetici, o comunque la percentuale di questi materiali inquinanti è molto alta. Già il loro lavaggio è molto dannoso in quanto, soprattutto in lavatrice, rilasciano microplastiche che finiscono direttamente nell’acqua. Alcuni scienziati hanno dichiarato che la quantità di microplastiche che ingeriamo con gli alimenti, che beviamo, e addirittura respiriamo è una realtà, ed è qualcosa di cui dovremmo seriamente occuparci e preoccuparci. Sono inoltre molto dannose per la fauna marina, che scambia questi filamenti per cibo e li ingerisce.
I vestiti in questione perciò inquinano le falde acquifere (sia a causa delle microplastiche, sia dei pesticidi utilizzati per le fibre “naturali”), inquinano il suolo, sempre a causa della plastica e dei pesticidi, e sono inoltre causa di enormi emissioni di CO2, sia quella che viene emessa per coltivare le fibre, ma anche quella delle fabbriche per la produzione dei vestiti, per passare poi ai numerosissimi viaggi che l’abito è destinato a compiere, tramite aerei, navi o furgoni, per raggiungere altri stadi di lavorazione e per arrivare alla fine in negozio; ed infine quella prodotta dal suo smaltimento, che spesso avviene tramite gli inceneritori.

fashrev

Si stima che l’industria del fashion sia la seconda più inquinante al mondo, e si colloca subito dopo i combustibili fossili. La cosa che spaventa maggiormente è che sembriamo non accorgercene e, anzi, molti di noi proprio non ci pensano. Se per i trasporti, per la spazzatura, per i prodotti per pulire o per l’igiene personale, e talvolta anche per il cibo, troviamo abbastanza attenzione da parte di molti, nessuno sembra accorgersi che la moda, per come viene concepita oggi, è una delle più grandi cause di inquinamento al mondo.
In pochi sembrano in grado di “rinunciare” a questo vizio, perché in alcuni casi (e quando dico alcuni casi intendo le 52 collezioni in un anno e il conseguente shopping compulsivo) la moda è un vero e proprio vizio. Ma vorrei soffermarmi proprio sulla parola “rinuncia”, una parola che indica il privarsi di qualcosa, quando invece in questo caso si tratta più che altro di una “scelta”, una scelta spesso in grado di arricchirci e quindi di rivelarsi proprio il contrario di una rinuncia.
La scelta, a volte, viene però dipinta come una rinuncia per la minor varietà che ci offre il mondo della moda sostenibile. Questa però non è una colpa riconducibile alla sostenibilità (che comunque, ci tengo a dire, non sempre è così poco varia), ma del consumatore medio, che si rivolge ai grandi marchi di fast fashion, non creando perciò sufficiente domanda per la moda sostenibile.
Se la maggior parte di noi limitasse lo shopping da Zara o da H&M (tanto per nominarne un paio a caso) e si rivolgesse invece a negozi che vendono moda sostenibile, chiedendo determinati capi, e creando perciò una domanda, nella maggior parte dei casi si genererebbe una risposta (in questo caso un prodotto).

La moda sostenibile ovviamente è più costosa e meno varia del fast fashion, ma è pensata per durare più a lungo, per essere più resistente, per avere un valore.
Ed è proprio sul valore che la “rinuncia” diventa una “scelta” in grado di arricchirci, di migliorare il nostro pianeta e la vita di altre persone.
Quando compravo fast fashion un vestito valeva l’altro, acquistavo qualcosa senza pensare, tanto costava poco e sarei stata di nuovo in quel negozio la settimana successiva. A volte compravo qualcosa a cui poi mi affezionavo, ma succedeva di rado.
Ora ogni acquisto è pensato, valutato, mi chiedo sempre: quanto è sostenibile? Ne vale la pena? Ne ho davvero bisogno?
Quando i nuovi capi entrano perciò a fare parte del mio armadio è una vera festa, perché sono cose a cui do un valore, che si discosta molto dal valore puramente materiale dell’oggetto.
Inoltre spesso compro vestiti usati: la sostenibilità dei materiali è minore (se all’usato acquisto un paio di jeans di H&M rilasceranno comunque nell’acqua, ogni volta che li laverò, delle microplastiche), ma il prezzo è sicuramente più conveniente (comprendo che non tutti possano permettersi di comprare sempre moda sostenibile) e il valore che do agli abiti è comunque molto alto: vogliamo parlare della gioia di trovare il capo che ti serviva, della tua taglia, in un negozio dell’usato? Si evita inoltre che quel vestito venga buttato in una discarica e/o bruciato, donandogli invece una nuova vita.

Prossimamente uscirà un articolo in cui vi parlerò di marchi di moda sostenibili, alcuni da cui ho già comprato, altri che conosco ma che non ho ancora provato.

Per maggiori informazioni (più strutturate, e con molti più dati) vi rimando ad un documentario molto famoso, che forse già conoscerete: The true cost, e al sito della Fashion Revolution.

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Se vi siete persi il precedente articolo della rubrica Changing my life, lo trovate qui.

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